D’où viens tu? L’espace lui même sans commencement ni fin, parâit reprendre... parâit répandre la question"
(Mohammed Dib, Le désert sans détour, Sindbad, Parigi, 1992)
Anniel
Due occhi neri e attenti scorrono le pagine dei racconti figli del deserto. Legge Anniel con gli occhi smaltati di Nain, il principe a lei promesso.
L'anima e il pensiero sono altrove però - la mente compressa dall'assenza - in uno spazio e in un tempo che solo lei sa riconoscere come tempio della sua perfetta felicità.
Un universo popolato da mille leggende e sogni, desideri che sfuggono alla realtà e alla razionalità.
La sabbia e la pietra: la materia che si trasforma in marmoree rose dai colori del tè e dell'ocra appassita, la distesa immensa senza rumori in un cielo dai colori violenti e abbaglianti, lontani come appartenenti ad un mondo di altre galassie.
Eppure Anniel sente il deserto, lo percorre nella sua mente con la stessa intensa emozione, con la stessa gioiosa eccitazione di una sosta nella tenda del padre al riparo dalle tempeste. E' il suo deserto, percezione che genera sentimenti fortissimi, dilatati dal tempo che occorre per correre quello spazio da un capo all'altro delle sue lacerazioni.
Di mattina, all'alba, il deserto la rapisce: la fresca risacca di sabbia appena quietata riporta gli odori di un mondo nascosto e parallelo, in un cielo dove l'infinito è appena cominciato.
Legge Anniel e aspetta.
Le ore sono come i petali resistenti della rosa di gesso, attaccati all'involucro della sua dedizione ad un Tuareg ignoto. Momenti di colore arancione odorosi come il niente, preziosi come la vita, lontani, come il sogno.
Un filo di seta sottile come un ordito di ragno la tiene legata ad un destino segnato eppur desiderato.
Attende Anniel, il tempo della tenda di merletto è ancora lontano.
Aspetta e legge e racconta e ascolta e culla e disegna e immagina e attraversa il suo deserto.
Fino al giorno in cui lei stessa, senza saperlo, si fa rosa di gesso.
