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martedì, 25 novembre 2008

Voleva un gatto nero.

Lo sapevano tutti, a Giacomina piacevano i gatti. Non solo quelli veri, ma anche di pezza, di terracotta, di peluche, in posa da fermarcarte o cestino per la carta straccia, portabiancheria o portasapone, quarantaquattro tutti in fila e tanto d'altro. La sua casa era circondata da gatti, dentro e fuori, tutti rigorosamente neri. Era rimasta sensibilmente impressionata da piccola  dall'accorata richiesta di quella bimba con le treccine che, reclamando il suo gatto nero, aveva procurato  fama e benessere alla sua famiglia.

"Perché neri Giacomina? I gatti neri portano sfiga sai?

Giacomina per anni aveva sentito parenti e amici ripetere che i gatti neri sono portatori di cattiva sorte. Poveri!
In realtà sono bellissimi e vittime di tremende illazioni; ma tant'è nobody si avvicinava alla sua casa per via di quel pelo nero porta-sfiga.

Vita grama, niente amore, no lavoro neanche Co.Co.Pro, amici zero, Giacomina si ritrovò un giorno a meditare sulla relazione gatto nero=sfortuna vera.

A furia di associare nero a sfiga, sfiga a sfortuna, nero a pelo, pelo a sfiga, un bel giorno Giacomina perse per strada la S e si convinse che la Fortuna o Figa  ci stava proprio bene col pelo nero.

Si guardò allo specchio, si accertò delle sue qualità intrinseche e nel giro di poco tempo abbandonò i gatti al loro destino, mettendo su un'attività che la fece diventare un' imprenditrice di successo. Guadagnò molti soldi, tanto da diventare ricca, famosa e...ricercata.

Un brutto giorno la S quatta quatta tornò e decise di abbracciare stretta l'antica Fortuna (o Figa che dir si voglia).  S,  *La Madama*, si presentò a cavalcioni di una pantera nera, degna ascendenza del gatto nero.

 

dopo aver letto qui  la fine che può fare chi sottovaluta il potere del gatto nero

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categoria:circolare
giovedì, 13 novembre 2008
Parola & Erotismo  (tra divieto e piacere)

(parafrasando George Bataille
:
" tra divieto e piacere, l'erotismo è la soppressione del limite"...)

Mi domandavi il limite
quello che nessuno
ti aveva offerto mai.

E io come clone
ti insinuavo in me
torcendo il verbo,
la glossa e il fonema.


Dentro, un dolore sordo un tonfo da delirio, il limite lontano; oltrepassato a strappi di cuore, morsi di ciglia e lacrime d’inchiostro.

China rossa. Così le tue sillabe vergate con la mano del piacere, tatuaggi nella mente, graffi di impercettibile spessore ma bastanti per una discesa agli inferi.

Tu, componevi  salmodiando, il pentagramma della voglia, ti volevo lo sai, mi volevi lo speravo.

...“l’amore ha sul nascere pentimenti” ...solfeggiava la dea.

Sorda, toccavo il fondo, oltrepassavo il profilo di noi due speculari come vecchie figure egizie, distanti e divine, sole e luna.

Scendevo nel buio del divieto e speravo che mai ti voltassi a guardare il limite.

Io Euridice,  bella degli specchi, ero là e ti aspettavo.



 

Orfeo e Euridice

 

N.d.a:  chi domanda è il poeta, si rivolge alla parola che libera da ogni freno, contro la dea ragione, gli si offre

"Said The Poet To The Analyst

My business is words. Words are like labels, 
or coins, or better, like swarming bees... "

(Anne Sexton)



postato da: elisnelpaese alle ore 14:13 | Permalink | commenti (8)
categoria:circolare, sub limine