"Unico strumento del nostro lavoro sarĂ  l'immaginazione.Occorre rimparare l'arte di costruire, per inventare i miti freschi onde possa scaturire la nuova atmosfera di cui abbiamo bisogno per respirare. (...) Il mondo immaginario si verserĂ  in perpetuo a fecondare e arricchire il mondo reale...Immaginazione, fantasia... L'esercizio stesso dell'arte diviene un rischio d'ogni momento. Non esser mai certi dell'effetto. Temere sempre che non si tratti d'ispirazione ma di trucco...(Massimo Bontempelli, Realismo Magico)"


**QUESTIONI DI LIBRI**

mercoledì, 22 aprile 2009
La camera di sangue





In questo periodo, dalle parti dove sono nata, si cercano case per le vacanze, tutte sul mare e in prossimità dei centri di diffusione delle tradizioni locali e dei prodotti gastronomici tipici. La mia famiglia si muoveva per tempo esaminando le prime offerte di stagione, le primizie, rappresentate da villette plurireferenziate, residence miniprogettati, villaggi turisti superaccessoriati, tranne l'anno in cui decise di optare per una semisperduta masseria della quale ci fornì dettagli entusiastici un nostro cugino che sa tutto, ha visto tutto, ha sperimentato tutto. Ricordo che avevo da poco terminato gli studi universitari e che quella sarebbe stata l'ultima estate trascorsa con i miei: altri desideri di libertà premevano e dovevano essere soddisfatti.
Trovare il posto non fu semplice, ma attraverso segnali di fumo e richieste oscene a occasionali passanti, giungemmo a destinazione.  Bianca, immacolata di calce, la masseria si stagliava contro un cielo azzurro che emanava luce abbacinante; tutto intorno silenzio o solo voci ovattate provenienti da una vicina stalla. L'abbaio forsennato di due pastori che di maremmano avevano solo il ghigno -ché sembravano dicessero "maremma maiala" ad ogni furioso latrato-  spinse alla forzata apparizione un losco  figuro: pastore? contadino? mezzadro? proprietario della magione?

Il sedicente nobiluomo Tommaso di L. si presentò in tutto il suo orgoglio; strinse con calore la mano al fidanzato di mia sorella, capoclan nordico e scettico, e fece un cenno per tutti i componenti del gruppo. Don Tommaso ci introdusse nella casa, mostrandoci piccoli varchi dai quali si sconfinava in un  giardino interno. Poi salimmo tre scalini e ci trovammo nella grande sala: la sorpresa ci costrinse ad un "Oh!" simultaneo, per la meravigliosa sensazione di antico e mai consumato contenuto nella stanza, dalle suppellettili, al mobilio, alle tovaglie di lino e ai panneggi inconsueti, tutti di un lindore e una raffinatezza sorprendenti.
Mano a mano che procedevamo nella visita, tutti sentivamo crescere dentro un che di frizzante ...Ma il mare? Dov'era il mare? "quot;Vossìa non si preoccupi, il mare è a meno di cinquecento metri, farete prima se imboccate quella scorciatoia" stava dicendo un placido Don Tommaso al sempre sospettoso capoclan.
La mia attenzione fu attratta da una porta, dietro la quale ci doveva essere un’altra stanza in cui il Don non ci aveva condotto. "Quella non è in affitto, lì posso entrare solo io ma tutto il resto è a Vostra disposizione."
Una strana paura precipitò su di noi,  la ferma decisione di Tommaso di non mostrarci "quella camera" ci indusse a riflettere prima di decidere per la caparra. Mentre gli altri si consultavano, io mi avvicinai alla porta e con un colpetto alla maniglia riuscii a sospingere l'uscio quel tanto che mi consentì di spiare dentro. Nella penombra vidi prosciutti, salamini e salsiccie, soppressate, filari di peperoncini, fichi secchi incordonati, grappoli di pomodori appesi, scamorze  cacicavallo e tanto altro: tutti volteggiavano appesi al soffitto, in una danza colesterinica ma ineffabile. Poi la scoperta.
In fondo, nell'angolo più nascosto, un grande tavolo: sopra, una serie di coltelli di tutte le misure e vari altri attrezzi di tortura; dietro,  un lavandino dove ancora stavano a sgocciolare salsiccie intubate in budelli e fresche di eccidio. Cosa fare? Svelare il segreto della camera di sangue, oppure ignorare la scoperta e insistere perché il capotribù firmasse il contratto?
"La seconda che hai detto!" suggeriva il mio ingordo IO, fregandosene dell'eccessivo pannello di "bellezza" che a fine vacanza avrebbe ricoperto il mio involucro. Sapevo già che avrebbe spinto la mia povera gola a trascorrere gran parte degli assolati pomeriggi in quella stanza, per meglio compenetrarmi nella lettura dei libri di Angela Carter** che avrei portato con me.
Nessuno dei mie parenti seppe mai cosa ci fosse oltre quella porta che rimaneva chiusa a chiave, della quale però io riuscivo a impossessarmi perché avevo scoperto che Tommaso la conservava dentro un piccolo boccale riposto nella credenza.
Quando qualcuno di loro vi si avvicinava, io sentenziavo:
"Per carità, vuoi fare la fine delle mogli di Barbablù? Rispettiamo ciò che non ci é concesso svelare..."
p.s. Per i curiosi delle nostre masserie, un invito qui per una visita virtuale ad una delle più belle e particolari della Puglia.


**Angela Carter è la scrittrice che ha rivisitato,
in chiave psicanalitica, le favole della nostra infanzia, tra cui Barbablù a cui dette il titolo "La camera di sangue".
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lunedì, 02 febbraio 2009
L'ultima combinazione vincente del superenalotto, [speranza e sogno di molti italiani me compresa] ha fatto gongolare i maghi di tutt'Italia per la straordinarietà dell'evento: due soli numeri [3 e 8] che simboleggiano rispettivamente la perfezione e l'infinito, combinati tra loro hanno prodotto la sequenza milionaria annunciata dal numero 1 inizio di tutte le cose, materiali e immateriali.
Questa circostanza mi ha fatto tornare in mente il corto che ho pubblicato tempo fa e che vi ripropongo..


7/7/77


 
Il numero sette è per molti il numero magico per eccellenza. Non per niente in alcune parti del nostro Sud l’ultimo di sette figli, specie se maschio, viene considerato dotato di virtù terapeutiche e divinatorie. Così, quando raggiungono l'età della ragione, queste persone sperano che la soprannaturalità delle cose prenda corpo e si riveli ai loro occhi.

Per questo motivo Mariano Onesto aveva chiamato Settimo il suo ultimo nato: sperava nella dea fortuna soprattutto perché venuto alla luce il 7/7/77 e pure di sette mesi.

Mariano era sempre stato attratto dalla Numerologia e aveva litigato con moglie, genitori e suoceri quando venne il momento di scegliere il nome per i suoi figli, specie per le due femmine rispettivamente quarta e quinta in ordine di arrivo della numerosa prole., che chiamò Quartina e Quintana.
Giunse così a un compromesso con la moglie, la quale si rifiutava di chiamare i figli con aggettivi numerali: creò dei diminutivi e con quelli i pargoli furono presentati alla famiglia. Sul nome del predestinato a una vita diversa, il sig Onesto non volle cedere: niente diminutivi, lo dichiarò e lo chiamò Settimo.

I primi sei figli non ebbero granché fortuna: condussero un'esistenza grama e legata alla condizione di povertà propria della loro ascendenza. Solo Dino il secondo nato - per l'anagrafe Secondino - trovò impiego presso il carcere del vicino capoluogo, qualcuno disse a causa del nome unito a quel cognome, ma erano tutte illazioni e Mariano Onesto non ci volle mai credere.

Presto Mariano comprese che il settimo figlio aveva arti divinatorie perché riusciva a prevedere gli avvenimenti, a conoscere il destino dei suoi simili in anticipo e con precisione inquietante. Decise di mettere a frutto questo dono e sparse la voce in paese. Affisse dietro la porta di casa una targa a lettere cubitali "Il Settimo mago": in paese c'erano stati sei maghi prima di lui, però nessuno di loro era diventato una very important person.
Acquistata una certa fama, un giorno dietro la porta del mago si presentò per un'intervista il giornalista Dani, direttore della Tv locale. Il padre, preavvisato del fatto, aveva istruito Settimo abituandolo in pochissimo tempo a parlare forbito e a esser ossequioso verso un personaggio così importante.

Quando giunse il momento, il mago si scoprì abbastanza spaventato dall'incontro e l'emozione gli giocò il brutto tiro.
Il povero Settimo aveva una leggera balbuzie e un difetto che non era proprio una dislalìa, ma spesso gli capitava di non saper pronunciare tutte intere le parole: così, alla domanda sottilmente perversa del Dani

"I suoi occhi sono spie nel futuro. Da dove trae la sua preveggenza, dalle foglie del tè, dai fondi del caffè o da cos'altro?"

il tapino rispose

"Se...cchio...pie...no...di...me...r...da"

Al povero e sfortunato mago non era riuscito di pronunciare

"Se occhi son spie non so dire Messer Dani"

!!
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